Page 170 - Lezioni di Mitologia;
P. 170

158
               dal trono.  Il  felice evento  di  queste, permise  ai
               fratelli di gittare  le sorti per  dividere  il governo
               dell'universo, e la fortuna diede a Nettuno l'arbitrio
               delle  onde. Divenuto   abitatore  del nuovo regno   ,
               amore lo prese di Anfitrite ribelle ai desiderii dello
               dio. L'impegno di conciliarla alle sue voglie com-
               mise al delfino, che fortunato  nell' impresa n' ebbe
               in premio (come lasciò scritto Igino) di risplendere
               nel cielo non lungi dal Capricorno.
                 E opinione   di  alcuni che Venilia,   e non Anfi-
               trite, fosse moglie di Nettuno;   il quale,  imitatore
               di Giove fratello,  in fiume, in toro, in delfino mutò
               sua sembianza ; Cerere deluse trasformato in cavallo
                                                                    ;
               ed ebbe da varie ninfe infinito numero di  figli. Libia
               lo  fé' padre di Fenice, di Aello e di Agenore; Cedusa
               di Asopo, Bilie di Orione, Celeno di uno dei      Tri-
               toni, Tirro  di Palemone e Neleo, Venere di Erice;
               e Teseo ancora, secondo la Mitologia, era suo figlio,
               quantunque Plutarco, che nella vita di lui ha sog-
               giogate le favole col vero, ne avverta che questa
               fama fu sparsa accortamente da Piteo, avolo ma-
               terno  dell'eroe, per conciliargli la reverenza dei Tre-
               zenii, che sommamente onorano l'imperatore del-
              l'onde, offerendogli le primizie delle biade, ed avendo
               scolpito nelle monete loro  il tridente. Nonostante i
               Tragici, dai quali colle finzioni fu violata  l'antica
               semplicità mitologica,  finsero che Nettuno    , come
              padre di Teseo, mandasse      quella  foca,  o  mostro
              marino, onde    il misero  Ippolito fu  trascinato dai
              cavalli che avea colle proprie mani nutriti.
                 Devono pure    agli amorosi   furti  di Nettuno  la
   165   166   167   168   169   170   171   172   173   174   175